Il blog di Romena, a cura di Massimo Orlandi

Aver cura di noi, per aver cura di loro

Cosa ci dice il malessere che vivono tanti giovani? Come possiamo aiutarli e sostenerli? Per il nostro Pier Luigi Ricci possiamo aiutare loro solo se partiamo da noi adulti e se, per primi, cerchiamo di capire perché siamo abitati da tutta questa tristezza…

di Pier Luigi Ricci

I giovani, come in ogni generazione, fanno da sintomo, sono come dei segnalatori di qualcosa che sta sotto e che non si vede in superficie. Sono il volto di cose che appartengono anche a noi, ma che in noi sono come ingiallite e perse, come se, con il passare del tempo e con il consolidamento di certe abitudini non avessimo più la voglia di considerarle importanti. Ultimamente dei giovani mi ha colpito tanto il movimento che hanno saputo costruire per la difesa dell’ambiente e del pianeta, li ho anche ammirati nel periodo del lockdown quando, stando al loro posto, hanno rinunciato ai lamenti e alle pretese. Mi piace anche molto la disinvoltura con cui accolgono ogni tipo di diversità, muovendosi indistintamente con ogni persona. Ma c’è anche un altro aspetto di cui mi sono accorto e sul quale mi vorrei soffermare.

Il mondo giovanile oggi sta vivendo una sofferenza nuova, inedita. Sembra come pervaso da un grande senso di smarrimento e di tristezza. Naturalmente non è così per tutti i giovani e non per tutti la situazione è la stessa. Ma la cosa che colpisce di più è il fatto che tanti ne soffrano, anche se in modo diverso. E’ come se questo sintomo fosse d’improvviso diventato più forte e più evidente. Se ne è cominciato a parlare, in tanti ambienti, anche perché quelli che stanno peggio stanno facendo di tutto per destare l’attenzione su di loro. Ma a volte l’analisi di questo problema mi sembra dettata da quella supponenza tipica di chi, tra noi adulti, pensa di aver capito tutto e di aver le soluzioni pronte. Penso che dovremmo andarci piano con le letture veloci e un po’ sempre così scontate, per imparare a muoverci con rispetto, anche perché se quel mondo esprime il sintomo di qualcosa che sta sotto, quella tristezza è davvero anche la nostra. Ho osservato che alla radice di questo disagio sembra non esserci più quella spinta rabbiosa e contestataria, tipica delle giovani generazioni, che prevaleva fino a qualche anno fa. I ragazzi stavano male e ‘spaccavano le vetrine’, per esempio, ma insieme alla rabbia c’era la voglia di vedere e di fare qualcosa di nuovo.

Quello spazio oggi sembra invece essere stato occupato da un orizzonte nel quale al posto della rabbia si sta insediando piuttosto l’ansia e la depressione.
Per cui oggi un giovane va a ‘spaccare le vetrine’ non per colpire qualcuno o qualcosa, ma semplicemente per dire: “sto male”. Se è così, mi chiedo, non dovrebbe cambiare la prospettiva con cui guardiamo i nostri giovani, non dovremmo cambiare l’atteggiamento con cui cerchiamo di dire loro qualcosa? Credo che stiamo facendo degli errori, esattamente come quella persona che andava a gonfiare le gomme di una macchina quando il problema era lo spinterogeno che non dava più la corrente al motore. L’ansia e lo stress infatti agiscono in maniera frenante e non producono energie, come invece produce la rabbia. Tanti ragazzi li vediamo rifugiarsi a casa, dopo l’uscita dalla scuola. Non hanno più voglia di partecipare e di far fronte ad un compito o ad un ostacolo, accusano paura e sfiducia. È la paura di quel di più che non si sentono di superare, paura di non farcela, paura del futuro.

Serve in questo caso, mi chiedo, parlare loro ancora di ideali da raggiungere, di quel ‘di più’ che devono fare per forza e di tutta quella serie di messaggi incoraggianti che alla fine arrivano come un …”dai, lo vedi che non c’è problema?” Che è come dire: “Sei te che non vai bene!” Credo che dovremmo ripartire da noi, dal considerare che, se quella tristezza è anche la nostra, forse bisogna scendere un po’ dentro noi stessi. Scendere non significa flagellarsi, accusarsi, come se tutti i problemi del mondo partissero dalla nostra famiglia. Scendere significa piuttosto chinarsi, chinarsi per capire e per guardare dal basso, chinarsi per accogliere noi stessi e per accogliere anche loro. Bisogna imparare di nuovo ad avere cura di noi, delle nostre ferite. E trasmettere ai ragazzi questa direzione, importante e bellissima, che è quella della cura di sé, la cura delle proprie piccole e grandi tristezze. Senza sminuirle, senza ignorarle o giudicarle, perché è quello che fa male e che toglie l’energia. Si, credo che debbano cambiare i linguaggi e le attenzioni, dentro le nostre famiglie, dentro la scuola, nei gruppi sportivi, negli ambienti del tempo libero … E credo che bisogna farci domande, l’uno con l’altro, per cercare insieme. È con la parola, ascoltata e detta, che gli esseri umani sono riusciti nel tempo a curarsi e a guarirsi reciprocamente. Non c’è più tempo per le prediche e gli incitamenti. Questa stagione ha bisogno di cura, come il nostro dolore ha bisogno di parole.


Tratto dalla rivista di Romena, n. 28/2023 Germogli di futuro