di Paola Francalanci e Maria Teresa Abignente
Un cammino di gesti, di silenzi, di sguardi per provare a spingersi verso l’oltre. Il Secondo Corso di Romena è un invito a protendersi verso il mistero immergendosi ancora di più nel cuore della vita.
“Mi alzerò e andrò da mio padre…” così dice il figliol prodigo quando avverte su di sé la stanchezza e la fame, quando si accorge che quel che aveva inseguito sbattendo la porta di casa non bastava alla sua vita, non bastava a quel desiderio di libertà.
Il secondo corso di Romena prende spunto proprio da queste parole, da questa fame che mette in cammino e che porta a cercare, quando si avverte che quel morso allo stomaco non passa con le solite cose: c’è bisogno di altro, di qualcosa di più grande, di un Padre o di un respiro più sottile e ampio.
Nasce dalla Pieve il secondo corso, nasce dalle sue pietre diverse l’una dall’altra, dal suo silenzio, dal raccoglimento che immediato senti dentro quando valichi la sua porta. E’ stato partorito da quelle pietre, grazie a quelle pietre che nei secoli hanno visto passare tanti pellegrini e viandanti: affamati di aria, mendicanti di luce.
Un flusso di esperienze e di ispirazioni
Oggi questo corso è condotto da don Luigi, da Paola Francalanci e da Maria Teresa Abignente, collaboratrici da tanti anni di Romena, ma si è arricchito negli anni dal confluire di tante sensibilità diverse, dalla spiritualità di tante persone particolari con percorsi di vita difficili ed a volte “anomali”: Giosuè Boesch, pastore protestante, Wolfgang Fasser custode di Quorle, e ancora Antonio Salis con la sua musica, Marilena Bettazza, con le sue danze, fra Giorgio Bonati, con la sua leggerezza e tanti altri con cui le nostre strade si sono incrociate: ognuno di loro ha portato i suoi semi, semi nati da un travaglio faticoso, duro, ma che poi si è aperto in un orizzonte spirituale inedito. Ci dice Paola: “Proprio come un fiume che, nel suo scorrere, si arricchisce del contributo di tanti affluenti e che sfocia poi, non più costretto dagli argini, nel mare immenso, così negli anni il secondo corso ha raccolto la fatica e la ricerca di queste persone, il loro pensiero su Dio, la loro sete di infinito.”
L’acqua che nasce dalla sorgente di un fiume poi si ramifica e corre in mille rivoli, in alcuni punti diventa sotterranea, in altri riemerge e confluisce con le altre acque. ”E danzando canteranno: sono in te tutte le mie sorgenti” recita il salmo 86: le rappresentazioni dell’unico Dio possono essere diverse, prendono il colore, il sapore, il profumo, il ritmo delle terre dove sono nate, ma tutte parlano la stessa lingua, che è quella dell’amore. Per formare un oceano di infinito amore.
“Ecco, questo ci ha insegnato chi è passato prima di noi – afferma Paola – che Dio si incontra negli altri solo se prima lo hai riconosciuto dentro di te; si incontra nella natura e in ogni più minuscolo atomo di vita. Che Dio non è un accessorio della vita, ma è la vita stessa. E soprattutto che Dio è quel bisogno intimo che tutti sentiamo e che, se appagato, dà senso a tutta la nostra vita: l’amore. Amare e sentirsi amati come se fosse la cosa più naturale di questo mondo.”
Come cantava Giorgio Gaber: “Quando sarò capace di amare, potrò guardare dentro al suo cuore e avvicinarmi al suo mistero non come quando io ragiono, ma come quando respiro”.
“Il secondo corso – continua Paola – non è fatto di ragionamenti, di teorie, di dottrine, ma è un corso fatto soprattutto di piccoli gesti, silenzi, attraverso cui capire che Dio non è un rito, ma è dentro, dentro la vita, nascosto e presente, silenzioso ed eloquente. E richiede a chi partecipa una presenza vera, fatta di attenzione, di raccoglimento, che diventa quasi preghiera, che permette di avvicinarci al mistero naturalmente, come quando si respira. Perché Dio è naturale come un respiro.”
Camminare a fianco del mistero
Può mai il finito spiegare l’infinito? Può il piccolo contenere l’immenso? Certo, può sentirne il germe, riesce a sentirne lo slancio, intuirne la presenza, ma quel che potrà descrivere, svelare o solo raccontare sarà necessariamente parziale. “Se lo comprendi allora non è Dio” affermava S. Agostino, indicandoci che ad un certo punto della comprensione è necessario fermarsi, scegliere il silenzio e tacere, come si fa di notte sotto un cielo stellato o tutte le volte che avvertiamo in qualche modo la presenza del mistero. “Ecco, il mistero – aggiunge Maria Teresa – parola che facciamo sempre più fatica ad accettare perché ci relega nei recinti di chi non può tutto spiegare e ci confronta con il nostro essere creature. A noi invece piace tanto sentirci creatori; il confrontarci con il nostro limite, che sia intellettuale o psicologico o semplicemente caratteriale, è una ferita al nostro orgoglio, ci brucia dentro come una sconfitta. Il mistero invece ci dice quel che spesso siamo soliti dire ai bambini: ”Sei troppo piccolo per capire!”. Troppo oltre è Dio per le nostre piccole intelligenze, troppo Altro per i nostri piccoli cuori. Il secondo corso vorrebbe che tutti provassero a lasciarsi accarezzare dal mistero e dalla fiducia di quel salmo che recita: “Sto come un bimbo svezzato nelle braccia di sua madre”.
Certo, stare quei giorni a Romena aiuta, facilita, ci si immerge in un clima favorevole, di bellezza ed intimità, ma quel che si vuole trasmettere è che in ogni casa, in ogni luogo del nostro quotidiano si nasconde un angolo di bellezza a cui potersi aggrappare.
Nei giorni del corso si vuole provare ad allenarci a guardare con attenzione, con occhi nuovi, perché è il nostro sguardo sul quotidiano che fa la differenza. “Perché Dio – conclude Maria Teresa – entra nel nostro quotidiano fatto di piccole cose, di dettagli nascosti; si nasconde nel niente, un niente che si trasforma in tutto, e che si rivela poi nel sapore inaspettatamente dolce che le cose piccole della nostra vita ci danno, se solo riusciamo a vederle, se solo riusciamo a sentirle. È questo niente che nei giorni del corso vogliamo cercare, come risposta alla nostra domanda di infinito, di tutto, di Dio. E la nostra ricerca, che può fallire mille volte, non può essere episodica, esaurirsi in un corso, ma dovrebbe diventare spontanea come un respiro, per potersi ritrovare in Lui, immenso mare in cui tutti navighiamo, con le nostre piccole imbarcazioni fatte di desiderio e nostalgia”.
Ognuno arriva a Romena con il proprio percorso di vita e con la propria personale sete di infinito, ognuno con le sue ferite e le sue delusioni, le sue speranze ed i suoi sogni, ma la sete è la stessa e la fonte è comune. E’ quel Padre che attende, il Dio del creato, del cosmo, della vita, il Dio che abbraccia l’incurabile solitudine dell’essere umano. Canto e danza per i cuori feriti.
Tratto dal numero speciale della rivista “In viaggio con Romena”, n. 37-38, marzo 2026.


