di Ermes Ronchi
È un poeta di Dio. Ma anche un’anima contadina. Ermes Ronchi ci conduce dentro i solchi della terra per mostrarci come la natura sia espressione dell’amore smisurato di Dio.
San Bernardo rivolgendosi ai suoi monaci diceva: “Le rocce e gli alberi vi insegneranno cose che non potrete imparare nei libri”.
E Shakespeare, a sua volta, scriveva: “E questa nostra vita, / via dalla folla, / trova lingue negli alberi, / libri nei ruscelli, / prediche nelle pietre, / e ovunque il bene”.
Questa premessa mi aiuta a raccontarvi come la natura mi sia stata compagna nei mesi di isolamento per l’emergenza Covid-19. Vi premetto che io mi sento un privilegiato perché vivo in un luogo meraviglioso, in un convento del Quattrocento con un chiostro, un bosco e una comunità; ho avvertito con sofferenza la diseguaglianza che ha provocato la quarantena: una casa come la mia è imparagonabile agli scantinati di pochi metri quadrati che molte persone sono costrette ad abitare, dove non entra la luce del sole, avendo a disposizione un minimo spazio.
In questo spazio conventuale, durante questi mesi di lockdown ho fatto la scelta monastica antica dell’”ora et labora”, cioè lavoro fisico e preghiera, cercando di armonizzare la vita con il ritmo di Dio: perché anche Dio ha un ritmo, un ritmo che, creando, alterna azione e contemplazione.
Ho scavato buche in questi giorni: 43 buche che in autunno accoglieranno dei ciliegi selvatici, ciliegi gratuiti, che saranno la festa degli uccelli, pieni di voli e di ali, e di bellezza; scavando, ho imparato a fermarmi e a guardare lontano. Ho imparato il senso materno del saper aspettare. La buca che ho scavato non mi appare come assenza di terra, ma piuttosto come un grembo: la terra è un grembo, la natura è un grembo fatto per accogliere e custodire e poi far fiorire. E mi domando: io come posso aprire grembi in me, luoghi di gestazione di qualcosa di nuovo, luoghi che passano dalla superficie al profondo? I vuoti, le assenze, i silenzi che abbiamo vissuto in questi giorni, sono come le buche della terra, accoglienti custodi di semi. Dio continua a spargere i suoi semi, instancabile continua a soffiare polline e io sono il grembo dei semi di Dio. La terra ha un solo scopo, una sola finalità, quella di alimentare la vita di piante, fiori, insetti, animali, umani: è questa la sua legge, vivere e far vivere, fiorire e far fiorire. La stessa chiamata vocazionale regge la vita della materia e la vita dello spirito: vivere a partire da me, ma non per me. E così entri nel ritmo di Dio. La vita piena di cui parla Gesù è questa: non una vita sufficiente, ma in abbondanza, in eccesso, uno sperpero, un’esagerazione di vita. La terra non fa conti, è un grembo di vita senza misura. La terra non mi domanda niente: non mi chiede se ho pregato stamattina, se sono iscritto a qualche ente, se ho competenze in agraria o quanto ci so fare col piccone e la vanga.
La madre terra non giudica e non domanda, lei collabora e alimenta. La terra è immagine di Dio e Dio non mi giudica, ma nutre la mia fame: ‘Non sono venuto per giudicare, dirà Gesù, ma per salvare’, che vuol dire conservare la vita. Molta parte della mia infelicità dipende dal giudizio degli altri, dal mio personale su me stesso, da quello di Dio: è un’infelicità da tribunale. In questi giorni la terra invece mi ha dato gioia, mi fatto capire che non siamo inseguiti da un giudice che ci perseguita per esaminare, pesare, contare quel che facciamo, pensiamo o diciamo. Ma che Dio è la poesia di tutte le nostre poesie. La primavera è arrivata esuberante, non si è lasciata spaventare da nessuna pandemia: è arrivata senza inviti e corteggiamenti.
La primavera non dipende da me: allo stesso modo, che io sia mantenuto in vita non dipende da me; che io sia amato, non dipende da me: io dipendo, felicemente, da qualcosa che è più grande di me, da una sorgente che non verrà mai meno e alla quale posso sempre attingere. Mi sono anche dedicato ai sentieri in questo tempo: il sentiero è qualcosa di leggero, non schiaccia, ma costeggia le cose; ti invita a fidarti, perché vedi solo qualche metro avanti a te. Il sentiero è lentezza, non parla della velocità di un viaggio, ma della bellezza di una passeggiata che ti fa vedere, sentire, annusare, toccare, contemplare, ascoltare, incontrare. C’è molta più vita su un sentiero che su una strada asfaltata, c’è molta più storia, perché su quel sentiero ci sono antichissimi passi, la mia orma si posa su mille orme e io mi sento grato e in comunione.
Noi tutti camminiamo sulle tracce di quelli che ci hanno preceduto: il salmo dice ‘Felice l’uomo che ha sentieri nel cuore’ e quando Gesù dice ‘Io sono la via’ non riesco ad immaginarlo come se fosse una superstrada, ma come un sentiero tra i campi, che costeggia fiori selvatici e arbusti. E quando dice ‘Seguimi’ non vuole invitarmi a mettere gli scarponi, ma a mettere le mie orme sulle sue orme. Gesù ha portato i suoi discepoli per tre anni alla scuola dei sentieri della Galilea, non ad una scuola di pensiero, ma alla lezione del passo dopo l’altro. Il passo dentro il mistero, dentro la vita, dentro il cuore: un passo è sempre possibile, in ogni situazione e per tutti, un passo verso più coscienza, più libertà, più amore. Verso il cuore caldo della vita.

Prendendo spunto dalle parabole di Gesù presenti nel Vangelo di Marco, il libro di Ermes e Marina è un’originale e innovativa lettura evangelica che, in sintonia con la Laudato sì, mette in luce l’attenzione che Gesù dà alla relazione con la natura, specie in una società come la nostra che si è bruscamente allontanata dalla terra e dal mondo agricolo.
Tratto dalla rivista di Romena, n. 17/2020 Lo chiederemo agli alberi


