di Giusi Brunetti
La bellezza che amiamo non la si incontra solo con lo sguardo. Ma anche con l’ascolto. Le canzoni di Francesco Guccini sono parte della colonna sonora che vibra nelle pietre della Fraternità.
Ha da pochi giorni festeggiato 85 anni e, per l’occasione, vi riproponiamo un estratto del suo intervento a Romena, ospite al convegno “Tenerezza” nel 2017.
In un libro bello e antico, le Metamorfosi di Ovidio, c’è un racconto in cui è racchiuso un gesto ancora prezioso per noi, commovente: è la storia di Filemone e Bauci. Parla dell’amore e della povertà, ma anche della bellezza che non ha bisogno del denaro. Due vecchi sposi attendono sulla soglia di casa il tramonto del sole che presto si sarebbe anche trasformato nel tramonto della loro vita, sono poverissimi e ricchi solo della loro compagnia. Zeus desideroso di esperienze terrene si reca in visita sulla terra, travestito da comune mortale. A causa dell’aspetto miserrimo in cui si presenta gli usci dei ricchi restano chiusi. Dopo aver bussato invano a tutte le porte, vede in lontananza una casupola misera fatta di canne. Filemone e Bauci sono i soli ad accoglierlo, preparano un pasto con il poco che hanno: pane e formaggio, olive, radicchio. Bauci però compie prima un gesto: in quel tugurio pulisce il vecchio tavolo di legno strofinandovi sopra delle foglie di menta. Così quel povero desco si veste di una tovaglia di profumo, fragrante, invisibile. Quel gesto è la carità della bellezza: il profumo che senza denaro svela l’attenzione, entra nella condivisione del pane e intreccia poi, per sempre nella mente, i gesti all’affetto. Il profumo del pane, della pelle in un bacio, delle stanze in cui eravamo soli da piccoli non si dimenticano. Si possono dopo regalare mille costose cose: senza bene e profumo non le ricorderemmo mai. La bellezza calda è così, un’erba profumata, gratuita, che solo la premura e il cuore possono inventare per accoglierti, a tavola, a stare. Ho in mente il volatile profumo di menta sparso da Bauci per accogliere sconosciuti in casa, come tappeto di bellezza piccola intima, con cui accogliere qui uno dei più grandi scrittori di canzoni italiane. Per lui, ci apprestiamo a mostrare la nostra Romena apparecchiata, un tavolo di sguardi e memoria. Così apparecchiamo per noi, per lui, una gratitudine di presenza, di cuore e profumo. La domanda che mi son sentita fare mille volte: «Ma viene, Guccini…, davvero?». Rendeva il felice stupore che questa volta Romena potesse accogliere qualcuno le cui canzoni sono la colonna sonora della nostra vita. E Guccini nel pomeriggio di un maggio fiorito è arrivato, con la moglie Raffaella, diffidente un poco, incuriosito. Prima dell’imbrunire volevo che vedesse almeno la pieve, un momento: così l’auto saliva svelta, per giungere al tornante che si avvita proprio dove l’abside all’improvviso si mostra, contro al bosco e al cielo: meraviglia! La bellezza calda della pietra aveva ancora il riflesso del sole e nel silenzio dei pochi già arrivati (la folla verrà domani all’appuntamento) cominciava a parlare, sottovoce. Mi torna in mente Radici, una delle prime, amate canzoni: «La casa sul confine della sera / oscura e silenziosa se ne sta / respiri un’aria limpida e leggera / e senti voci forse di altra età (…). L’indomani, al sole, don Gigi e Francesco si incontrano e si salutano, occhi negli occhi, semplici e veri. E Romena si mostra, il vento fra i rami, gli spazi popolati di rondini e uomini: la pieve, il mandorlo, il pozzo, il ristoro, le cappelle, la libreria e poi l’auditorium e infine la stanza coll’abbraccio del mandorlo dipinto, di luce e d’ombra. Guccini è assorto, ascolta i volti, sembra assorbire come una spugna i contorni dei monti, di quell’altro appennino; e gioca con le parole, canticchiando una canzone di antichi trovatori. Raffaella sorride, già coglie delicata ogni cosa, il posto esatto dell’arte, dei fiori, gli abbracci lunghi di chi arriva e si saluta. Perché le radici degli occhi sono nel cuore. Ma come si fa a raccontare che chi ha cantato gli anni della nostra vita e la storia d’Italia è ora qui che cammina con noi?
Ognuno ha in mente almeno due versi, una canzone: Salis suona sul palco Dio è morto e per i prati si sente l’amore grande di Vorrei: «Vorrei conoscer l’odore del tuo paese, / camminare di casa nel tuo giardino, / respirare nell’aria sale e maggese, / gli aromi della tua salvia e del rosmarino…». La sera l’auditorium è stracolmo; fuori c’è un maxischermo e anche lì una folla grande, accomodata sull’erba, a bere ogni parola del ‘maestrone’ che si racconta. Parlerà un’ora e mezza, generosamente, e non rifiuterà nemmeno una foto, nemmeno un autografo. Massimo comincia a chiedergli dell’infanzia, di Pavana, di Modena, di Bologna; poi della musica, dell’arte, dei compagni, della vita passata. Risponde: «La mia presenza a Pavana … ho sempre conservato nel tempo il desiderio, l’ideale di tornare nel luogo da dove sono partito». E il dialogo diventa un contrappunto: Francesco sorride, smentisce, fa battute, col gusto di raccontare sempre, di narrare; e di rintuzzare per le rime come in uno stornello tosco-emiliano. A un certo punto Massimo dice, mentre parte la musica: «abbiamo visto la tenerezza ne Il vecchio e il bambino… » – «Ma no, non c’è tenerezza in quella canzone, quella l’ho scritta per la paura della bomba atomica…». – «E diccela tu una canzone per la tenerezza…». Dal pubblico allora un giovane padre con un bimbo al collo grida: «Van Loon!» – «Van Loon, sì, forse… L’ho dedicata a mio padre che leggeva le opere di questo Piero Angela dei suoi tempi, cioè gli anni ‘30. Quando l’ho scritta era ancora vivo. Dopo che è morto non sono stato più capace di cantarla, mi veniva il nodo, alla gola. Non l’ho più cantata».
E si commuove Guccini, mentre salgono alte le note di van Loon, nel silenzio: «poi un certo giorno timbra tutto un avvenire / od una guerra spacca come una sassata, / ma ho visto a volte che anche un topo sa ruggire / ed anche un’aquila precipitata…». Lì capiamo cosa c’entra sul palco il poeta, il cantante, lo scrittore: la tenerezza è lui, la sua umanità larga, la sua età esposta, gli occhi fragili e i ricordi forti, vividi, veri. Massimo lo traghetta allora a un’altra riva, con un’altra canzone: Shomèr ma mi-llailah. «Lo spunto mi venne da uno squarcio meraviglioso del profeta Isaia (21, 11-12). Il titolo – letteralmente – si potrebbe tradurre con “Sentinella, che cosa della notte?” La sentinella risponde: “La notte sta per finire, ma l’alba non è ancora giunta. Tornate, domandate, insistete”. Mi colpì soprattutto l’invito del profeta a insistere, a ridomandare, a tornare ancora senza stancarsi. Io sono uno sempre in ricerca, curioso di tutto. E mi sono immaginato questa sentinella nel deserto. Non bisogna stancarsi di porsi delle domande: questa è la cosa più importante fra tutte. Coltivare la curiosità, la sete di ricerca. Non ci si può mai fermare».
Siamo alla conclusione: «Il finale tocca a te. Cosa dici a tutta questa gente?». C’è un affetto, una gratitudine grandi. Francesco ringrazia, per la pazienza, per l’ascolto e sull’ospitalità ricevuta racconta un brevissimo episodio, ancora una mensa profumata. Gli avevo detto: «poi domani andate a mangiare dalle monache”. Gli occhi sgranati mi risponde, con la tipica r moscia: “Prrrospettiva agghiacciante!», figurandosi già brodini e formaggini. E invece: “ma grrrande, una grande cuoca, suor… come si chiama? grande…i crostini alla toscana, fritti nell’uovo e passati nel vin santo, una ricetta antica… mi è venuto in mente allora un proverbio di Pavana: ‘Preti e polli non son mai satolli’ e anche ‘sta bene al mondo chi ci ha un colletto bianco e un sasso tondo’… cioè i preti e i mugnai. Io vengo da una genìa di mugnai, e quindi… mi ci trovo anch’io in quella razza lì. Grazie ancora e buonasera!». Così, col sorriso, il gusto della battuta arguta, Guccini si alza, altissimo, un gigante, la mano alzata in segno di saluto e il passo consueto. Il passo di un cercatore, ancora, che ha sostato anche lui qui, a Romena, e che, come in una delle ultime canzoni L’ultima Thule, sembra dire a ciascuno di noi: «Ma ancora farò vela e partirò / io da solo, e anche se sfinito, / la prua indirizzo verso l’infinito / che prima o poi, lo so, raggiungerò».
Tratto dalla rivista di Romena, n. 5/2017 La piccola bellezza
L’intervista del convegno è disponibile sul nostro canale Youtube


