di Paolo Costa
“La macchina infernale di questo presente è molto potente. Ma a volte può bastare un piccolo granello di sabbia a fermarne il meccanismo. Ecco il compito che vi do: diventare quel piccolo granello”.
La visita a Romena di don Ciotti, le sue parole, la sua energia di vita, la sua spinta: “Usciamo dalla sonnolenza, affidiamoci alla forza del noi”.
“Che bella banda!” esclama Folco Terzani alla vista di quella foto storica. L’immagine, che risale al Social forum del 2002, ritrae don Ciotti con Tiziano Terzani, Alex Zanotelli e Gino Strada. Un quartetto unico che viene riproposto a Romena, a oltre 20 anni di distanza, sia attraverso un disegno di Elisa Orlandi, sia grazie alla presenza ‘ideale’ di tutti i componenti: Folco Terzani rappresenta babbo Tiziano, grande giornalista e inviato, Simonetta Gola, rappresenta il marito Gino Strada, il chirurgo di guerra, padre Alex è invece presente attraverso un toccante video-saluto.

È così, attraverso la presenza, a sorpresa, di questa compagnia speciale, che Romena saluta don Ciotti e festeggia il suo ottantesimo compleanno. Ma il vero regalo è quello che il fondatore del gruppo Abele e di Libera fa a chi lo ascolta.
Prima condivide con noi una lettera scritta sulle Dolomiti, sua terra natale, il giorno del suo compleanno (la potrete leggere nelle prossime pagine), poi si fa prodigo di slanci, di proposte, di stimoli. Sono parole vive, piene di energia di vita.
“La speranza è un dolore che non si arrende”
La prima considerazione che mi permetto di fare parte da una parola che tutti sentiamo forte dentro: la speranza. Sapete che cos’è la speranza? La speranza, per me, è un dolore che non si arrende.
In questo periodo abbiamo assistito a questa grande mobilitazione di gente, in tante parti d’Italia per ciò che avviene in Palestina. Bellissimo, certo. Ma dove eravamo finora? E le altre guerre, le altre stragi, gli altri genocidi? Ben venga quello che abbiamo visto in questo periodo. Ma non basta. Bisogna continuare, perché la speranza è un dolore, un dolore che non si arrende.
Dove andranno ora i milioni di persone che vivono a Gaza? Li cacciano da lì perché non li vogliono. No, non è quella pace decisa dall’alto che potrà aggiustare tutto.
Per questo non dobbiamo fermarci. La nostra speranza è un dolore che dobbiamo sentire ancora più forte, per renderci ancora più responsabili di ciò che accade nel mondo.
“Bisogna trasformare il lessico della guerra”
Non basta leggere l’oggi, occorre riflettere su cosa sarà domani. Dobbiamo provare, tutti insieme, a convertire il lessico della guerra alle esigenze della pace, trasformare le parole di guerra in impegni di pace.
E allora: dobbiamo ‘combattere’ per la pace in tutte le sedi possibili; ‘assediare’ le istituzioni nazionali e internazionali; e ancora: ‘riarmare’ la diplomazia, restituirle spazio, dignità e strumenti; ‘vendicare’ il diritto internazionale, che in questo tempo è deriso; ‘onorare’ gli eroi di pace; ‘disertare’ le discussioni che vedono nella guerra un male necessario, qualcosa che non si può estirpare dalla vicenda umana.
“Sento una stanchezza democratica”
Quello che mi inquieta è che nel mondo c’è una diffusa stanchezza democratica. I ricercatori ci dicono che la democrazia vera oggi appartiene solo al 7,8% della popolazione. Il 39,4% della popolazione nel mondo vive sotto regimi autoritari, il 37,6%, in democrazie imperfette. E noi ci hanno classificato in quest’ultima fascia; ma se non stiamo all’erta ci sposteranno, fra qualche anno, da un’altra parte.
Certo che è bello vedere il movimento che si è creato in quest’ultimo periodo. Ma resta una minoranza. Non possiamo dimenticare che abbiamo 18 milioni di italiani che non vanno a votare. Che non esercitano questo strumento democratico per un cambiamento.
“Le persone devono contare molto più delle cose”
Cinque uomini, solo cinque uomini, i più ricchi del mondo, anche quest’anno hanno raddoppiato il loro denaro, mentre cinque miliardi di persone povere, non hanno migliorato la loro condizione economica, neanche di un centesimo.
E ancora: sette delle società più grandi del mondo hanno raggiunto un valore di 102 trilioni di dollari, una cifra che supera il Pil, prodotto interno lordo, di tutti i paesi dell’Africa e dell’America Latina.
Ma vi sembra possibile? Eppure questa è la situazione.
Se è vero che ogni essere umano conta, se è vero che ogni persona è più importante di qualsiasi cosa, allora non possiamo continuare ad accettare un sistema dove le cose contano più delle persone.
“Dobbiamo uscire dalla sonnolenza”
C’è stato un momento, tanti anni fa, in cui, come sta accadendo oggi, si era respirata fortemente nell’aria la prospettiva dell’atomica. E ci fu un filosofo, un laico, Norberto Bobbio, che di fronte a quel pericolo disse così: “la posta in gioco è troppo alta perché non si debba prendere posizione, benché le possibilità di vincere siano piccolissime, perché sono gli altri che fanno, gli altri che promettono, gli altri che decidono”. Eppure, aggiunse Bobbio, “qualche volta è accaduto che un granello di sabbia, sollevato dal vento, abbia fermato una macchina. E allora, anche se ci fosse un miliardesimo di miliardesimo di probabilità che il granello, sollevato dal vento, vada a finire nel più delicato degli ingranaggi per arrestarne il movimento, la macchina che stiamo costruendo è troppo mostruosa perché non valga la pena di sfidare il destino”.
E allora dobbiamo vincere qualsiasi forma di pigrizia, di scoraggiamento, di sonnolenza ed essere quel granello di sabbia.
Non sappiamo per quali vie, e con quali tempi, ma forse lo spirito si servirà proprio di noi per bloccare la macchina infernale e costruire giustizia e pace.
*l’articolo è inserito nella rivista di Romena n. 36 “La storia siamo noi”. Iscriviti per riceverlo a casa tua!

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