Il blog di Romena, a cura di Massimo Orlandi

Rilanciare sempre la vita

Come affrontare questi tempi di guerra e di violenza? In che modo evitare di sprofondare nella spirale della rassegnazione?
Roberto Mancini, filosofo appassionato, ci offre alcune indicazioni preziose per affrontare questo stato di angoscia collettivo.

di Roberto Mancini

La prima attenzione che occorre, oggi, è quella che chiamerei la presenza, cioè il non farsi vincere dalla fretta, dalla distrazione, dall’accelerazione. Oggi è molto facile farsi macinare da questi ritmi vertiginosi. Occorre impegnarsi ad essere più presenti con le persone che amiamo, con le persone che incontriamo, con i momenti che viviamo in casa, nella natura, sul lavoro. Esserci ed essere concentrati. Questo ci permette di vivere davvero e di avere riguardo verso ogni essere.

L’altra cosa importante in questo tempo è la lotta contro la disperazione. Ad un’analisi lucida, razionale, quello che sta accadendo nel mondo configura una spirale di guerra che va verso la distruzione totale e che sembra proprio sfuggire ai vari governi, anche ai più influenti e ai pessimi personaggi che stanno pilotando così il cammino dell’umanità verso il baratro. La situazione è particolarmente pericolosa, è vero, ma proprio per questo mi impongo di capire meglio, di guardare più in profondità: si vede il buio, ma occorre insistere nel guardare perché si possa vedere anche qualcosa di diverso. Occorre sintonizzarsi con quella fiducia che impedisce di cedere alla disperazione, perché una simile resa equivarrebbe a dare una mano a queste tendenze distruttive. Mi pare che il vero mistero, nel cuore di ognuno di noi, sia la libertà nell’atto del decidersi: è il punto interiore in cui o rilanciamo la vita o ci arrendiamo. Incontro tante persone che dentro si portano questa resa, magari silenziosa, oppure risentita, rancorosa; sono persone arrese al peggio che c’è nella realtà e vivono grazie alla rimozione, cioè grazie al fatto di non pensarci. Essenziale è, invece, scoprire i motivi e le forze che riaprono gli spiragli di vita e preservano il futuro.

Una libertà autentica chiede anche di evadere dalla nostra eventuale posizione di privilegio. Noi che abbiamo una routine (un lavoro, una casa, degli amici, una vita quotidiana), dobbiamo pensare a tutti i sacrificati, gli uccisi, i perseguitati, per guerre, violenze, povertà, bombardamenti, deportazioni: quanta gente non ha il lusso di avere una routine, cioè non sa nemmeno se sopravviverà l’attimo dopo? Occorre evadere anche dal privilegio, non restare fermi a godersi la propria fortuna senza muovere un dito; è molto meglio condividere quello che si è, si sa, si ha, con generosità e umiltà. Per fare questo credo siano essenziali due cose: in primo luogo ritrovare la misura dell’umano, di quello che siamo. Molte delle nostre sofferenze credo vengano dalla dismisura, cioè da pretese illimitate, dal sentirsi o troppo piccoli oppure troppo proiettati su cose che vorremmo a tutti i costi. E poi, l’altra cosa che mi pare importante è, come direbbe Gandhi, avere il gusto della sperimentazione, per provare ogni giorno a realizzare la libertà dal male, per quello che possiamo. Certo, non abbiamo alcuna immunità, non siamo così perfetti da essere invulnerabili, eppure possiamo ribellarci al male spezzando ogni complicità con le dinamiche di distruzione, di menzogna, di egoismo, di indifferenza, di guerra. Di questo la nostra libertà può essere capace.

Occorre cercare di esprimere un impegno per la pace in tutto quello che facciamo; oggi è il momento di fare qualcosa di diverso, di osare di più. L’alternativa non è tra una società giusta e una ingiusta, tra un modello e un altro; oggi l’alternativa è tra società e guerra, dunque tra vita comune e distruzione generale. Quindi bisogna alzarsi e mettersi dalla parte giusta, che non è quella delle bandiere, non è quella delle parti in lotta, ma la vera alternativa è tra quelli che stanno agli ordini della morte e quelli che invece sono fedeli alla vita collettiva, alla vita comune.

Chi si mette su questa via scopre che la vita è un dono definitivo: posso iniziare a crederci con il pensiero, poi questa fiducia maturerà nel cuore. Quando avrò interiorizzato fino in fondo che la vita non solo è un dono, ma è un dono definitivo, allora la paura della morte e della sofferenza resterà in una certa misura, però la si potrà affrontare con una capacità d’amore che sa riaprire gli spazi del bene, suscitare la comunione nelle relazioni, accogliere il futuro. Questo mi pare importante in un tempo in cui sembra che non ci sia salvezza: essere e agire per anticiparla, facendo un po’ di luce per quanti sono spaventati dall’oscurità di una società che crede nella morte e la pratica in tutti i modi.


Tratto dalla rivista di Romena, n. 30/2024 Essere pace