Il blog di Romena, a cura di Massimo Orlandi

Da quelle ferite usciranno farfalle

di Simonetta Grementieri

Laura Dalla Ragione è stata una delle prime psicologhe e psichiatre a occuparsi della malattie depressive dei giovani e del loro collegamento con l’alimentazione. Durante un incontro a Romena ci ha indicato quali siano oggi i disagi che vivono i nostri ragazzi, ma anche la strada per affrontarli…

Perché ti sei appassionata, come psichiatra, alla mente e al cuore delle persone? 

La storia della mia vita professionale inizia a 14 anni, dopo aver letto per caso il libro “La maggioranza deviante” di Franco Basaglia. Ho chiesto al mio professore di filosofia di andare a vedere un manicomio. Ricordo che durante la visita ci dicevano: “Non li guardate, non li toccate, non vi avvicinate”, come se fossimo in uno zoo. Siamo entrati in questo grande stanzone, dove c’erano ancora le camicie di forza e un odore di disinfettante che non dimenticherò mai. La cosa che tutti noi pensammo era: “Perché queste persone le tengono così? Che cosa hanno fatto di male?”. Provammo solo una grande compassione, una grande sensazione di dispiacere per loro. Da lì, molti di noi decisero di fare questo lavoro. 

Quando hai cominciato, invece, ad affrontare il tema dei disturbi alimentari nei giovani? 

I disturbi alimentari nei giovani sono comparsi poco più di venti anni fa. Io mi occupavo già di disagio giovanile, di pazienti con gravi patologie psichiatriche, però poi improvvisamente è comparsa questa patologia nuova, molto grave, e decidemmo, insieme ad un gruppo di professionisti, di costruire delle strutture, fuori dall’ospedale. Questa fu l’idea: costruire degli spazi di cura – io li chiamo ‘luoghi dell’anima’ – a misura delle persone che soffrono e che hanno bisogno di stare, non dentro le corsie, ma in ambienti che assomigliano di più ad una casa accogliente. 

Scelsi per i luoghi la frase di Plotino che dice “l’anima ha bisogno di un luogo”. Questo, se è vero per le persone che hanno una sofferenza, lo è ancora di più per chi è giovane o giovanissimo: tenete conto che attualmente il quaranta per cento delle ragazze e dei ragazzi che si ammalano hanno meno di 14 anni. Per loro, questi spazi devono essere il più possibile simili a una casa dove si possano sentire accolti, amati, accuditi. 

Hai affermato in più occasioni che i disturbi alimentari sono in realtà delle forme depressive. Come ci si accorge che nostro figlio/nostra figlia sta scivolando dentro queste dinamiche? 

Nei disturbi alimentari spesso si pensa che il problema sia solo quello del cibo, in realtà non sono patologie dell’alimentazione, ma dell’anima. 
Ci si deve preoccupare quando ci sono dei comportamenti ripetuti di restrizione alimentare oppure di abbuffate e vomito insieme a un cambiamento di carattere: ragazzi e ragazze che erano allegri, solari, brillanti, diventano tristi, introversi, aggressivi, insofferenti, e manifestano talvolta anche attacchi di panico, disturbi d’ansia.

Che cosa vedi negli adolescenti di oggi, tu che li frequenti tantissimo?

I ragazzi e le ragazze oggi sono più liberi di quanto lo fossero le nostre generazioni, sono apparentemente più indipendenti, ma in realtà sono molto insicuri, molto fragili, molto paurosi. L’idea con cui convivono è quella che possono crescere liberi di fare tutto, ma questo è il grande equivoco. In realtà la libertà senza la responsabilità non serve a niente, e su questo penso che la deriva educativa degli adulti abbia una grande importanza. Di fatto la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze chiedono cornici, regole, aiuto, cioè quelle cose che spesso gli mancano, e la possibilità di confrontarsi sulle domande che contano con il mondo adulto.

Perché definisci i ragazzi di oggi “martiri della felicità”?

Perché il tema della felicità è un altro grande equivoco. Spesso affermiamo che dobbiamo essere felici, ma non si capisce cosa significa. Il messaggio che arriva ai ragazzi è che per essere felici dobbiamo avere tante cose, tante relazioni, tanti momenti importanti, quindi la felicità è qualcosa di esterno. Purtroppo questo pensiero l’abbiamo fatto passare noi adulti ed è un pensiero devastante perché i ragazzi nell’adolescenza non sono quasi mai felici, anzi, sono malinconici, possono avere mille preoccupazioni; in questo momento storico poi sono terrorizzati dal futuro, dalla paura di quello che accadrà: è l’epoca, per loro, delle passioni tristi. E quando un genitore afferma “puoi fare qualunque cosa, purchè tu sia felice”, questo “purchè tu sia felice” diventa una condanna.

Ecco, questo è il grande tema, in realtà la felicità non è qualcosa di esterno, ma è un baricentro interno. Per questo abbiamo bisogno di testimoni e non di maestri, di qualcuno che ci testimoni come si può entrare dentro uno stato d’animo che assomiglia alla felicità. La grande illusione, purtroppo amplificata dai social, è che tutti devono stare bene, devono essere felici, devono avere una dimensione che non può permettersi neanche un cedimento, perché se cedi un pochino c’è lo strapiombo.

Un’altra parola, accanto a felicità, che tu guardi con molto sospetto è la parola ‘perfezione’. I social entrano dentro questa parola incoraggiando visioni del mondo molto distorte…

Perfezione è una delle parole più pericolose per tutti noi, ma lo è sicuramente ancora di più per gli adolescenti. La perfezione è questo ideale di bellezza, bellezza fisica in primo luogo. Vediamo come il corpo sia diventato il grande protagonista nelle piattaforme: il corpo viene filtrato, “photoshoppato”, modificato con l’intelligenza artificiale…quindi quello che si vede nella rete è tutto surreale, virtuale, non c’è nulla di vero…

Il corpo poi è diventato un teatro, un linguaggio attraverso cui si esprime il disagio o il piacere. Non a caso ci sono attacchi al corpo: i disturbi alimentari, l’autolesionismo, i tatuaggi…

La perfezione è uno dei fondamenti dell’insoddisfazione corporea, dell’insoddisfazione nella vita e purtroppo anche su questo c’è una responsabilità del mondo degli adulti; spesso abbiamo molto premuto che i figli avessero le migliori scuole, il migliore dei mondi possibili,la cosa più importante sarebbe invece rispettare quella famosa massima di Sant’Agostino: “Voglio che tu sia come sei”

Nel tuo centro che dirigi a Todi si legge “da queste profonde ferite usciranno farfalle libere”. Come possono le profonde ferite rendere questi giovani di nuovo farfalle?

Una delle cose che ho imparato sulla mia pelle e che cerco di far passare anche alle ragazze e ai genitori è che il dolore non è un’obiezione alla vita.
La lezione che un po’ tutti dobbiamo imparare è che nella nostra vita possiamo incontrare in qualunque momento un evento che rompe l’equilibrio che abbiamo costruito, magari credendo che quell’equilibrio fosse indistruttibile. Ecco, nell’essere umano non c’è niente di indistruttibile. Tutti possiamo avere un momento di difficoltà e quindi è molto importante che noi come genitori, come adulti lo testimoniamo ai figli, perché se i figli vedono che noi il dolore lo attraversiamo e non lo fuggiamo, lo capiscono anche loro; se invece ne abbiamo paura diventa un grande problema.

Quali sono le parole chiave del tuo lavoro?

Riconciliazione e speranza.

La parola riconciliazione rimanda al perdono. Bisogna riconciliarsi tra genitori e figli, nella coppia, nella relazione con le persone che ami con le quali non riesci più a capirti. Perdonare significa liberare un prigioniero, ma quel prigioniero sei tu, quindi liberarsi da quell’odio, da quel rancore, liberare qualcosa di importante. Non significa ovviamente dimenticare, ma elaborare qualcosa che ti ha fatto male e trasformarlo in un’altra cosa.

Speranza è l’altra parola importante in ogni relazione. Ecco, i ragazzi di speranza ne hanno poca, la speranza non è un’ipoteca nel futuro, perché certo il futuro non è così roseo, ma come dice Bloch “la speranza ci mostra un mondo in movimento, in evoluzione, in perenne trasformazione, un mondo che può sempre essere altro da come è”. Se i ragazzi, e noi adulti con loro, vediamo che le cose possono cambiare, quella è la ‘ragionevole’ speranza che ci salva dalla disperazione: un buon fondamento per poter affrontare il mondo che ci circonda. 


Tratto dalla rivista di Romena, n. 33/2025 Agire con il cuore