
E’ in corso un campo giovani, a Romena. Impossibile non accorgersene. L’7atmosfera è più fresca, colorata, gioiosa. In ogni angolo della Fraternità si sente un profumo promettente di futuro.
Ci fanno bene questi ragazzi. E ci mancano.
Non che non vengano mai. Tra gruppi scout, comitive, scuole durante l’anno ne incontriamo parecchi. Ma conta molto di più quando, come in questo caso, la scelta di passare qualche giorno qui è esclusivamente loro, è una scelta personale, magari per il passaparola di un amico.
Mi piace sperare, che campi giovani come questo possano proliferare. Dopo 30 anni la proposta di Romena non è invecchiata, semmai siamo invecchiati noi. Per questo non ci resta che farci da parte, quando arrivano, e lasciarli liberi di reinventare i nostri spazi, anche semplicemente abitandoli.
Quando cominciò l’esperienza di Romena, la presenza dei giovani fu trainante. I primi anni, il 90% delle persone che partecipavano alle nostre attività aveva meno di trent’anni.
Poi le presenze cominciarono ad allargarsi a ogni età. Era virtuoso quello scambio tra generazioni diverse. Ma alla lunga, col passare degli anni, l’età media complessiva si è alzata, i giovani sono costantemente diminuiti.
Oggi la nostra esperienza, fra tanti aspetti innovativi, contiene anche questa forte criticità.
Come tornare a coinvolgerli più stabilmente? Come rendere la nostra Romena più allettante per i giovani? Utilizzeremo questi giorni anche per questo. Per capirlo meglio.
Intanto condivido con voi un piccolo spaccato della Romena dei primi anni, tra il 1991 e il 1995, la Romena dei giovani. Questo estratto dal libro “Romena porto di terra” non vuol tanto creare un inevitabile effetto-nostalgia per chi c’era, ma diventare un invito: nel passato, a volte, ci sono segni che possono aiutare a costruire il futuro.
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Giovani, tanti giovani. Senza connotati comuni a tutti, anzi con i connotati di ogni diversità. Una fantasia di stili, di percorsi, di caratteri. Ci si iscriveva per telefono e poi si affrontava la scalata più dura: trovare il mezzo per arrivare sin lì. Pochi avevano la macchina, qualcuno si faceva accompagnare dai genitori, molti sceglievano il pullman della Sita per fare il tratto da Firenze. Zaino e sacco a pelo in spalla li vedevi arrivare, in vari momenti del venerdì pomeriggio, più smarriti che curiosi. Si muovevano quasi sempre da soli, raramente in coppia, non c’era mai il paracadute del gruppo. E questo era un aspetto di cui allora non comprendevamo il valore: ragazzi di vent’anni o poco più, che sceglievano di andare a trascorrere un fine settimana presso una pieve sperduta in mezzo alla campagna toscana, dove non sapevano cosa li aspettava e nessuno glielo diceva, anticipando tutt’al più un menu fatto di generosi pianti e di infiniti abbracci. Nulla di allettante. La parola Romena cominciò a passare di bocca in bocca, portando con sé un sapore promettente, qualcosa che non c’entrava niente con quello che ci si aspettava da un luogo ‘di chiesa’, qualcosa che pure non si muoveva in superficie, trainato dalla moda del momento, ma che pescava molto più giù, fino ad arrivare al nocciolo dello stare al mondo, senza portare con sé, però, sentenze precotte, o giudizi morali. I primi corsi assecondavano, anche nei ritmi, il bisogno dei giovani di alternare le fasi più impegnative a quelle più giocose: Romena ondeggiava tra i silenzi caldi degli incontri nella sala degli abbracci e le serate chiassose intorno al focolare, tra l’intensità e a volte anche la drammaticità umana di alcuni momenti durante gli incontri intorno al grande tavolo ovale, e la leggerezza ritrovata un attimo dopo, nel giardino esterno, tra uno scherzo e una battuta La musica, musica dei cantautori italiani, De André e De Gregori, Guccini e Vecchioni, come di grandi artisti internazionali, da Sting agli U2, attraversava ogni spazio, accompagnava le atmosfere del corso e le sapeva trasformare a seconda del momento. Anche l’accoglienza forzatamente rustica – poche brande, letti a castello, materassi distesi nella sala del focolare quando si era in troppi – era funzionale a quel clima da campeggio, che evocava, comunque, un’idea di vacanza. E sapeva di vacanza anche quella concentrazione di vita che si sprigionava in meno di tre giorni. |


